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L'introduzione: Specie Immortale di Colin Wilson

Prefazione all’edizione americana
di Joyce Carol Oates 





Tra i tanti ottimi scrittori dell’odierna Inghilterra, quattro mi sembrano particolarmente interessanti perché cercano di esprimere, con modalità assai diverse l’uno dall’altro, cruciali problemi del giorno d’oggi: come accostarsi al futuro, come uscire da una condizione di confusione, disperazione, nichilismo, come creare valori che permettano all’uomo di evolvere fino a diventare una forma superiore. 



L’inconscio forse contiene tutto il passato dell’uomo;
ma racchiude anche il suo futuro
.


Mentre i loro contemporanei in Inghilterra e, ahimè, troppo frequentemente in America, si accontentano di giocare col passato o col futuro in opere che sono spesso brillanti sotto l’aspetto tecnico, ma carenti sotto quello morale, John Fowles, Doris Lessing, Margaret Drabble e Colin Wilson tentano consapevolmente di inventare una nuova immagine dell’uomo, una nuova auto–immagine, come la chiama Wilson, priva dell’ambiguità, dell’ironia e di quell’imbarazzata ristrettezza immaginativa che abbiamo ereditato dal romanticismo del XIX secolo.


Colin Wilson ha dato un nome a questa nostra strana, magnetica, mortale eredità che, come tutte le nevrosi, amiamo e tendiamo a difendere: la chiama il “peccato originale”, la capacità di autodistruzione che nasce dall’odio per noi stessi, un odio che a sua volta origina inevitabilmente dalle stesse rivoluzioni psicologiche e filosofiche che un tempo lo hanno liberato da catene ancor più pesanti. L’assunto darwiniano, freudiano e behaviorista della schiavitù dell’uomo alla sua “bassa natura”, della sua impotenza di burattino in mano alle forze maturali, si mescola tragicamente alla scienza dell’economia creata da Adam Smith, Ricardo e Malthus, e il poeta si deve ribellare contro questo senso di oppressione, di una totale negazione della “libertà”. Lo deve fare, se intende vivere. E, ribellandosi, è costretto a odiare: scopre se stesso come odiatore. E nelle parole di un altro grande spirito ironico - e grande odiatore - Robert Musil: “Non si può essere in collera contro il proprio tempo senza danneggiare se stessi”.

La caratteristica essenziale dell’immaginazione di Colin Wilson consiste nell’avvicinare, riunificare, rendere brillante e chiaro quel che potrebbe rimanere oscuro o frammentario. In un certo senso non ci sono “idee” nuove, ma solo nuovi rapporti, nuove enfasi, combinazioni nuove e sorprendenti di elementi già noti o mezzo noti. È un insegnante, fondamentalmente; eppure conosce i limiti della forma enunciativa diretta e di quella dialogica, la nostra necessità di re–immaginare anche le nostre idee in termini di narrazione. Ha scritto numerose opere di narrativa, in parte romanzi e in parte, secondo me, parabole, e molte di esse sono ricostruzioni drammatiche del suo dilemma centrale: come portare nella civiltà l’"Outsider”, come superare quel “peccato originale” che è la nostra ferita o forse, in modo perverso, la nostra “dote”. Come Nietzsche, Wilson crede che se solo l’uomo fosse capace di realizzare il suo completo potenziale - di usare appieno il cervello - non ci sarebbe bisogno di dèi, di trascendere il livello umano. Come dice, dopo essersi sottoposto a un’operazione al cervello che gli conferisce straordinari poteri di concentrazione, il giovane protagonista di Specie immortale adesso è veramente libero di provare la coscienza ordinaria. Se potessimo essere “ordinari” - “normali” - questo per noi sarebbe la divinità. “È la coscienza quotidiana a essere sub–normale” dice il protagonista. 




Negli anni trascorsi dalla pubblicazione di Specie immortale sono apparsi in America numerosi libri che si occupano di questo tema, e sono opere dawero stimolanti e rivoluzionarie: The Making of a Counter–Culture [La creazione di un’anti–cultura] di Roszac, The Transformation di Leonard e i vari libri di Castaneda sullo sciamano yaqui, Don Juan. 

Specie immortale è una variazione particolare, originale, esasperante e ingegnosa su un tema di Lovecraft, una delle rare opere di Science fiction che usa l’orrore non come emozione, ma come idea, come stimolo per costringere il lettore a pensare. Wilson ha detto che preferisce lasciare ad altri scrittori la sfida di far provare al lettore le loro emozioni; pensa che sentano troppo e ragionino troppo poco. E Specie immortale intende farci pensare.

Eppure c’è sempre qualcosa di misterioso in una parabola, perché non è una forma d’arte semplicemente allegorica, nel senso che possa essere risolta, con tutte le sue parti messe insieme, come una colonna di numeri, e che le varie parti costituiscano un sistema rigido altamente spiegabile; le migliori parabole resistono a ogni tentativo di trovarne tutte le interpretazioni. La conclusione irrisolta di Specie immortale porta a riflettere, dato che assorbe, o almeno sembra assorbire, la personalità del lettore in quella del protagonista. (Un altro romanzo fantascientifico di Wilson, I parassiti della mente, “spiega” Specie immortale, masi tratta di due romanzi distinti). È una personalità che forse inizia con una fede eccessiva nella soggettività esistenziale, ma che termina con la vigorosa sintesi tra la visione “scientifica” e quella “artistica”: “l’uomo è una creatura di vita e di luce del sole; il suo destino sta nell’obiettività totale”.

Se lo sviluppo evolutivo dell’uomo sta per diventare un processo cosciente, se di fatto è una parte del cammino dell’uomo per divenire umano, allora la forza vitale deve essere riconosciuta come del tutto separata da ogni visione emotiva o frammentata, o almeno come quantitativamente superiore a essa. Sembra che ci stiamo avvicinando a rifiutare la tradizionale domanda della filosofia occidentale “Chi sono io?” per preferirle quella tradizionale dell’Oriente: “Che cosa sono?”.

Un simile spostamento costituisce, naturalmente, un balzo tremendo, la sostituzione di “che cosa” al termine “chi”, centrato su noi stessi, costituisce davvero una trasformazione quasi miracolosa.

Anche se impiega gli argomenti e gli strumenti retorici del razionalismo, Wilson é in realtà un religioso, ossia un “uomo con una fede” che crede nel significato dell’universo, anche se non sa ancora decifrare fino in fondo questo significato. Nella sua eccellente introduzione al volume enciclopedico L’occulto, certo uno dei migliori libri sull’argomento, Wilson afferma che “ci sono ‘significati’ che galleggiano tutt’attorno a noi e da cui siamo normalmente isolati a causa della forza dell’abitudine, dell’ignoranza e dell’ottusità dei sensi… Più alta è la forma di vita, più profonda é la sua capacità di registrare significati e più forte la sua presa sulla vita”. La liberazione si ha quando si riesce ad accettare l’universo come qualcosa di altro da sé e, avendo fede nel suo ordine, ci si assume la responsabilità di sviluppare la nostra specie nella direzione che porta alla comprensione di quell’ordine: la comprensione che esistono poteri di ragionamento e di intuizione latenti e dimenticati. 

Wilson é stato molto influenzato da Nietzsche e da Shaw e, al pari di essi, é rigorosamente individualista, e si oppone alle semplici, familiari, convenzionali forme di pensiero. 

Spesso é più franco e offensivo di quanto dovrebbe, perché a volte preferisce semplicemente dare i suoi pregiudizi invece di spiegarli, o enunciare le sue stupefacenti conclusioni, senza fornire lo sviluppo tranquillo, passo dopo passo, del ragionamento, come siamo abituati a vedere nella critica letteraria. La sua convinzione che H.G. Wells possa essere il più grande romanziere del ventesimo secolo forse è detta in completa serietà forse no, ma suscita contestazioni forti, ed effettivamente ci spinge a pensare. E Shakespeare è “una mente di secondo piano”? Anche Lawrence la pensava così, e anche Tolstoi; e Wilson ci spinge a riprendere in esame quel pregiudizio secondo cui a ogni opera di Shakespeare spetta un’aura quasi divina. 

Senza dover necessariamente essere d’accordo con Wilson che Shakespeare, come Bacone, sia un poeta di “secondo piano”, sospetto che le personalità che Shakespeare considerava degne di essere esaminate dalla sua immaginazione poetica non rappresentino più modelli di comportamento tipici, probabili o anche solo possibili: in breve, che i suoi eroi tragici sono oggi vittime del passare del tempo, sono i prodotti di una coscienza che prendeva assai più seriamente di noi i rischi derivanti dai turbamenti emotivi, negli esseri umani presumibilmente “superiori”. Il completo rifiuto di Shakespeare da parte di Wilson, però, rientra nella sua affermazione che una fede nell’umanesimo evoluzionistico come fenomeno progressivo nella storia comporta sistematicamente e senza pentimenti di esaminare gran parte del passato e di rifiutarlo, non perché sia “passato” ma perché i suoi modelli di comportamento umano non possono più costituire veri modelli da imitare. Nell’immaginazione di Wilson c’è un lato pragmatico, severo e forse drammaticamente politico che non s’è ancora sviluppato.

Analogamente, uno dei concetti della forma di psicologia esistenziale, specifica di Wilson, è quello di “autoimmagine”, opposto alla psicologia del Sé, fissa e deterministica; la “auto–immagine” è soprattutto una immagine, un’attività fantastica dell’Io al servizio dell’Io trascendente, e non può essere ricondotta al semplice desiderio della cessazione dell’appetizione, l’effetto consolatorio che secondo Freud deve genericamente caratterizzare le fantasie. Wilson sarebbe in accordo con gli psicologi umanisti che sostengono la necessità di riconoscere le numerose limitazioni fisiche dell’uomo, ma, una volta che il sub–normale sia stato ricondotto alla normalità, una volta che l’uomo è sano, la sua vita sarà un processo di continua rivitalizzazione della volontà: è un’arrampicata “verso più alti stati di coscienza di sé per mezzo di una serie di auto–immagini”, come dice nel suo libro sullo psicologo americano Abraham Maslow (New Pathways in Psychology: Maslow and the Post–Freudian Revolution [Nuovi sentieri della psicologia: Maslow e la rivoluzione post–freudiana]). 

L’uomo non può salire facendosi sollevare da ciò che lo circonda; deve salire in base a un atto di volontà, attraverso la trasformazione della personalità in stati di coscienza sempre più nuovi e complessi. Maslow riconosceva che nella Specie immortale Wilson aveva esplorato aree di intenzionalità che la psicologia umanistica, o della “terza forza”, doveva ancora indagare, e anche dopo la morte di Maslow nel 1970 si è andati molto avanti lungo quelle linee, soprattutto mediante esperimenti di bio–feedback. Le qualità profetiche di Wilson, che a volte lo fanno sembrare uno storico che scrive da qualche epoca futura, sono esemplificate nel modo migliore in Specie immortale e nella parabola sua compagna, I parassiti della mente. In ogni caso, queste opere ci convincono della sua premessa fondamentale che l’uomo deve raggiungere il controllo attivo, cosciente de proprio cervello, altrimenti la specie si estinguerà. Questa è una asserzione di tipo aut–aut, che si presta davvero a essere sviluppata drammaticamente. 




Colin Wilson divenne famoso con la pubblicazione di The Outsider (Lo straniero) nel 1956, quando aveva venticinque anni. Aveva lasciato la scuola a sedici, era quasi completamente autodidatta e, fin dall’età di dodici anni, era “preoccupato dal problema del significalo dell’esistenza umana, dall’interrogativo se tutti i valori non siano soltanto un auto–inganno” (in appendice all’edizione di The Outsider del 1963). Era ossessionato dall’idea che ci dovesse essere un metodo scientifico per indagare sul problema dell’esistenza umana, e fin da quell’età cominciò a leggere Shaw, Eliot, Goethe e Dostoevski, e nello stesso tempo a seguire studi scientifici. 

Come il protagonista di Specie immortale, si sentiva diviso tra il “poetico” e Soggettivo”, ma diversamente dal suo fortunato protagonista, non aveva un magico padrino come sir Lyell a dirigerlo. 

Per molti anni lavorò soprattutto come operaio non specializzato, tra frustrazioni e difficoltà che avrebbero spinto alla disperazione chiunque altri. Perciò, quando parla di essere stato “alienato” dalla società, la sua non è un’affettazione letteraria, non è il disincanto romantico o esistenzialista verso la vita che caratterizza gran parte della letteratura di alienazione del nostro tempo. 

È difficile per gli americani rendersi conto delle differenze di classe che esistono ancora in Inghilterra e il “curioso stato di apatia” in cui crescono i giovani della classe operaia; leggere la precoce autobiografia di Wilson, Voyage to a Beginning [Viaggio verso un inizio], è un’esperienza assai istruttiva. L’abituale energia di Wilson, il suo abituale ottimismo, sono tanto più straordinari alla luce del suo retroterra sociale. Sotto molti aspetti sembra più “americano” che “inglese”; come egli stesso scrive in un saggio sulla cultura nell’Unione Sovietica (compreso in Beyond the Outsider [Oltre “The Outsider"]), gli americani possiedono una tremenda vitalità intellettuale che egli giudica ammirevole, e se riuscissero a vincere il loro strano senso di “assenza di significato”, la loro unione con l’Unione Sovietica potrebbe portare “alla più grande civiltà mai conosciuta dall’uomo”. 




Come inglese, però, Wilson è un Outsider. Comprende profondamente e intuitivamente la tragedia dell’isolamento, quell’"errore, l’assenza di significato” che può indebolire non solo una classe sociale ma un’intera società. Eppure la sua abilità nel designare questa impotenza dell’anima come un “errore” e di trovare il modo di distaccarsene non è un atto che possa suscitare le immediate approvazioni. Va contro la fede occidentale predominante, la necessaria “tragedia” dell’esistenza umana, la fede in un’essenziale “assurdità” al cuore della relazione tra uomo e universo. Non è affatto una posizione popolare, anche se The Outsider divenne un successo di critica e di pubblico. Male interpretato da molti lettori, The Outsider non era né una glorificazione della disperazione né un suo rifiuto, ma un tentativo di formulare quello che Wilson vedeva come il problema cruciale della civiltà: “L’adozione di una posizione religiosa che possa venire assimilata altrettanto obiettivamente quanto i titoli di giornale della domenica precedente”. L’individuo che inizia questo sforzo come Outsider può terminarlo “come–santo”.

Dal tempo in cui Lord Byron giunse alla fama da un giorno all’altro, nessuno scrittore inglese aveva mai ricevuto lodi simili… purtroppo per Wilson. Sappiamo dalle lettere come Byron giungesse a odiare quelle “esagerate sciocchezze” e a sentirsi persino colpevole per avere contribuito alla corruzione del gusto del pubblico. Byron divenne un vero Outsider, e il tipo di disgusto per la quotidianità che egli cercò di esprimere è una delle sfide che Colin Wilson dovette affrontare, sia come principio filosofico sia come esperienza. Innalzato prematuramente alla fama, Wilson, com’è naturale, venne poi accusalo quasi immediatamente da molti dei critici che l’avevano lodato all’esordio. È stupefacente la quantità di veleno che è stata scagliata istericamente contro Colin Wilson, soprattutto dai recensori dei più importanti giornali inglesi. La sua affermazione, nell’introduzione di Beyond the Outsider che la risposta della critica delle sue opere conteneva “una nota di violenza, come se il fatto di pubblicare il libro fosse in un certo modo volutamente un affronto”, non è un’esagerazione. In America non è concepibile che uno scrittore, il quale produca libro dopo libro dedicati a esplorare la “nevrosi” della civiltà moderna, e che sia impostato soprattutto su una visione ottimistica e profetica, possa venire assoggetto a tanta violenza gratuita. Parte della difficoltà della critica sta nella riluttanza, da parte di molti inglesi istruiti, di prendere sul serio chiunque non abbia frequentato l’università, o persino di accettare che possa dire qualcosa di intelligente. Anche qui le differenze tra America e Inghilterra sono enormi.

Con pochissimo incoraggiamento critico e con scarsissima sicurezza finanziaria, Wilson ha continuato senza sosta, fin dal 1956, la sua ricerca sulla civiltà moderna, e in questi anni ha pubblicato trenta libri su una vasta quantità di argomenti. Anche se i libri hanno un contenuto molto diverso tra loro - dalla pornografia della violenza di Lingard all’analisi storica speculativa di Rasputin and the Fall of the Romanovs [Rasputin e la caduta dei Romanov], alla teoria wilsoniana degli impulsi sessuali in Origine degli impulsi sessuali - i loro temi si sovrappongono. 

Come Wilson afferma nella prefazione dell’Occulto, “Una singola idea ossessiva corre lungo tutto il mio lavoro: la natura paradossale della libertà”. Specie immortale é una concisa affermazione di quel tema, sotto forma di una stimolante parabola che è, fra le altre cose, un’allusione alla fantascienza e un magistrale intreccio di realtà e di strana finzione alla maniera di Borges (a cui il volume é dedicato). Come Borges, Wilson crede che la mente dell’uomo deve affrontare i labirinti; ma diversamente da Borges è disposto a raccogliere la sfida del labirinto, sicuro che la mente dell’uomo finisca per illuminare - o almeno abbia la possibilità di farlo - questo indovinello che ci hanno lasciato i “Grandi Antichi”. Il problema non è realmente la libertà, ma il rapporto stretto, chiuso in se stesso, tra l’uomo e il “peccato originale”, il suo comportarsi come volontario ospite dei “parassiti della mente” che portano a un cronico sonno.

Come svegliarsi da questo sonno per raggiungere la ragione pura, perfetta, incorrotta? 

Specie immortale analizza e rifiuta, seguendo il caso del mistico dal cervello leso, Dick, il postulato romantico che l’esperienza estatica equivalga a un’essenziale passività. Dick è soggetto a lampi di bellezza che per poco non lo distruggono, ma non riesce a controllarli e neppure a capirli. È passivo, e la passività é solo metà del processo di essere umano; perciò egli deve morire. La sua “esistenza” non è veramente umana, e la forza vitale non può crescere in lui. Infine, sarà attraverso un’evocazione della parte “sotterranea”, l’"occulto” rimosso, che riuscirà a raggiungere la coscienza superiore. I poteri che la mente cosciente ha rimosso da tempo dalla civiltà devono ritornare nuovamente in noi, sotto la forma riconoscibile di un giovane eroe che emerge, come lo stesso Wilson, dall’Io delle masse pressoché indifferenziate, dalla “sporcizia e noia” dei villaggi operai dell’Inghilterra.

Nonostante questa enfasi sull’individuo, Wilson crede in definitiva che l’uomo debba agire in cooperazione con altri; perciò non ce un singolo protagonista nel romanzo, bensì un eroe doppio, “Lester–Littleway”. In entrambi gli uomini c’è “una forza oscura in lotta” per emergere, ma viene mostrata anche la tentazione di ritirarsi dalla battaglia cerebrale… infatti, perché continuare a “vivere nel nostro assurdo, disidratato, sterilizzato mondo di idee ed emozioni estetiche?”. Eppure, ritornare nella semplicità, nella passività non è possibile, sarebbe un suicidio. (Nei Parassiti della mente, molti colleghi del protagonista commettono suicidio.) Non possiamo spegnere l’energia che è dentro di noi, come ben sapeva Blake; la frustrazione dell’impulso creativo porta sempre alla distruzione: o la morte degli altri o quella del protagonista. Non c’è altra scelta che andare avanti. 




L’“Aaron Marks” del romanzo è, naturalmente, Abraham Maslow; le “esperienze di valore” di Marks sono le “esperienze di picco” di Maslow. (Cfr. i volumi di Maslow Toward a Psychology of Being [Verso una psicologia dell’essere] e The Farther Reaches of Human Nature [I più remoti confini della natura umana]). Non essendo un esperto di Lovecraft, non posso indicare minuziosamente come le ossessioni di Lovecraft siano utilizzate da Wilson per i propri scopi, sebbene, verso la fine di Specie immortale, compaia una tale panoplia di fantasiosi particolari da far invidia alle immaginazioni di un folle. Forse qui c’è pure qualcosa di David Lindsay, anche se Wilson è al loro opposto nella sua essenziale valutazione della nostra civiltà. Anche se può credere -seriamente o no - che per 999.999 persone su un milione non ci sia niente da fare, pensa che l’umanità nel complesso sia destinata a raggiungere l’immortalità.

Come scrive Wilson nel suo libro su Maslow: “L’era dell’ambiguità è finita. La cosa può forse non essere ovvia, ma è così”.

1973, traduzione di Riccardo Valla 


L'autore 





Colin Wilson (1931-2013) ha raggiunto la fama con il saggio The Outsider (1956) che lo ha consacrato come uno dei massimi scrittori anti-establishment della letteratura inglese contemporanea. Intellettuale poliedrico, narratore, saggista, studioso di esoterismo e dell’occulto, anticipatore di stili letterari, è autore di più di un centinaio di libri.

Di Colin Wilson sono recentemente usciti in italiano per Carbonio Editore: Il dio del labirinto (2021), Un dubbio necessario (2017), La gabbia di vetro (2018) e primi due volumi della trilogia di Gerard Sorme, Riti notturni (2019) e L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme (2020), oltre al saggio Religione e ribellione (2021).

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