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L'introduzione: Charles Stross secondo Salvatore Proietti nell'edizione 2007 di Giungla di cemento (Delos Books)

CHARLES STROSS e la nuova fantascienza inglese

di Salvatore Proietti


charles+stross

Negli ultimi anni, il nome di Charles Stross è stato praticamente onnipresente negli elenchi dei finalisti di tutti i maggiori premi della fantascienza: americani (Hugo, Nebula, Locus e altri), britannici (Clarke, BSFA) e perfino giapponesi.




Fra gli autori della nuova science fiction inglese, probabilmente, Stross è quello che ha avuto il maggior impatto anche negli Stati Uniti, e gran parte delle sue opere sono state pubblicate prima in America e poi in patria. 

L'esordio avviene nel 1987, sulle pagine della meritoria Interzone, ma la piena affermazione si ha nei primi anni del nuovo millennio, quando romanzi e racconti lo pongono al centro dell'attenzione. 

Sulla fantascienza inglese, proviamo a fare un'ipotesi di lavoro. Come molte altre cose, anche la letteratura ha una sua evoluzione. E come avviene nell'evoluzione, a volte dei geni e dei tratti che sembrano recessivi diventano emergenti o anche dominanti. 

All'inizio, diciamo fino alla Seconda Guerra Mondiale, la fantascienza inglese segue il modello dello scientific romance wellsiano, figlio dell'utopia classica più ancora che del romanzo moderno; da H.G. WellsOlaf Stapledon, le narrazioni sono classicamente espositive, con un chiaro punto di vista il cui scopo è raccontare, a beneficio dei personaggi e del lettore, le stranezze del mondo fantastico: soprattutto il futuro diventa una panoramica, che nella Macchina del tempo di Wells si scontra con lo spettro della de-evoluzione, e che in Last and First Men e nel Costruttore di stelle di Stapledon si lancia in una sfrenata visionarietà che giunge al limite di una trascendenza, rigorosamente laica. 




Nel dopoguerra, la SF britannica sembra abbandonare quasi totalmente questa visionarietà; forse anche per distinguersi dai pulp americani e per riagganciarsi alla distopia "letteraria" di Orwell e Huxley, la parola d'ordine è il realismo. Pensiamo ai disaster novels di John Wyndham e John Christopher, o agli enigmi scientifici di Fred Hoyle

La fantascienza spaziale sembra essere stata superata, troppo infantile, troppo americana, e anche autori di qualità come Edmund White, Eric Frank Russell e Arthur C. Clarke (nei suoi momenti migliori, forse il miglior successore dei classici: pensiamo a 2001) si rivolgono più al mercato USA che non a quello della madrepatria. 

Con tutte le sue immagini barocche e surreali, anche Ballard ci parla di esplorare lo inner space, lo spazio interno; intorno a lui, tutta la straordinaria fioritura degli anni 60: da Michael Moorcock a Keith Roberts, D.G. Compton e via dicendo, e pensiamo anche a una serie TV di culto come Il prigioniero

Gli scenari più sfrenati appaiono come un cedimento alla commercialità, e sono in pochi a esplorarli: da Bob Shaw (almeno nel ciclo di Orbitsville) e dall'ingiustamente semidimenticato Barrington J. Bayley fino ad autori ancora felicemente attivi come Ian Watson, Brian Stableford, M. John
Harrison




Ma appunto qualcosa, a un certo punto, cambia. E improvvisamente, a partire anni 80, la SF britannica diventa importante proprio perché tornano centrali degli elementi finora trascurati: l'enfasi sulla scienza e sulla tecnologia, gli scenari spaziali, anche l'avventura. Un filone prende energia dal cyberpunk: Wilhelmina Baird, Jon Courtenay Grimwood, Simon Ings, Ian McDonald, Kim Newman, Jeff Noon, Tricia Sullivan, che porta fino ai noir futuribili di Richard K. Morgan e Michael Marshall Smith. 

E ovviamente abbiamo l'interminabile ciclo della Cultura di Iain Banks: una space opera che rende definitivamente impossibile la distinzione fra raffinatezza e aspetto "ludico". Con Banks, i due altri giganti sono Ken MacLeod, più legato alla speculazione socio-politica ma altrettanto (e forse più) interessato in quella scientifica, e Gwyneth Jones, che parla di contatti alieni e distopie future con la consapevolezza di una lunga tradizione fantascientifica al femminile. E le opere di figure come Nicola Griffith, Shariann Lewitt, Alastair Reynolds o Justina Robson continuano a ricordarci che nella fantascienza migliore, le visioni più barocche non sono incompatibili con l'incisività della riflessione. 


Le visioni scientifiche e tecnologiche sono quelle scatenate dalla rivoluzione informatica: dall'intelligenza artificiale alla nanotecnologia, dalla fisica quantistica alle cosmologie non euclidee. La "complessità" scientifica ha conseguenze anche sulla costruzione dei personaggi e delle narrazioni: qui, la linearità classica perde completamente di senso – e allora, il modello pulp della complicazione diventa nuovamente attuale. 

In tutto questo panorama di autori, Charles Stross è forse quello che più di tutti sa conciliare speculazione concettuale e invenzione narrativa, "idea" e gioco verbale, science e fiction insomma. È così che funziona la fantascienza. 

A partire dal primo dei romanzi, Singularity Sky (2003), leggere Stross significa tuffarsi in un virtuosismo linguistico che immerge il lettore in mondi in cui tutto è diverso, dalla tecnologia all'organizzazione sociale alla sensibilità dei personaggi, in cui i personaggi possono essere umani, alieni, artificiali o immateriali; ovviamente, restano i loro dilemmi. 

Qui, la "singolarità" del titolo è quella teorizzata e raccontata dallo scienziatonarratore americano Vernor Vinge, in cui il progresso scientifico-tecnologico ha fatto un salto di qualità che ha modificato le stesse leggi fisiche, aprendo la porta di un mondo di possibilità infinite. 

Se la civiltà terrestre è andata in fumo, gli umani – sparsi forzosamente per l'universo – hanno ricostruito una presenza che li rende una delle potenze galattiche. 

D'altra parte, il punto centrale è la presenza di una semidivina intelligenza artificiale, l'Eschaton, che sotterraneamente complotta per controllare con mano ferrea le leggi della galassia, forse anche grazie al viaggio nel tempo. 

Il mondo in cui la tecnologia sembra aver cancellato la politica sembra invece, al contrario, un mondo in cui tutto, specialmente la tecnologia, è soggetto a un dominio imperscrutabile e onnipervasivo. E a partire dal gioioso momento del "Festival", in cui questo compiaciuto universo celebra i suoi trionfi, si scatena la crisi. 

la prima edizione italiana di Iron Sunrise
del 2008 per Armenia



Il romanzo successivo, Iron Sunrise (2004), ambientato nello stesso scenario, si apre con una premessa di intensità senza pari, la distruzione di una civiltà, presentando la ragazzina sopravvissuta all'"Alba di ferro" che è forse portatrice, nei ricordi, della verità sul genocidio del suo mondo. 

L'opera che più di tutte rivela Stross è il successivo Accelerando (2005), scritto secondo la struttura più classica della fantascienza, il ciclo di racconti: omaggio ad Asimov, una delle sezioni si chiama Nightfall, anche se con un finale decisamente più aperto; omaggio a Simak, uno dei protagonisti è un animale, anche se non un docile cane ma un ben più sfuggente gatto. Partendo dalla "solita" singolarità, i nove capitoli del romanzo si lanciano in una vertiginosa carrellata di entità future, dagli umani (o postumani) integrati e potenziati con protesi informatiche, alle intelligenze artificiali di dimensioni stellari e semidivine. 

Di nuovo, una umanità sparsa per lo spazio, fra misteri quantici, speculazioni (qui il doppio senso è indicato) economico-politiche e avventura spaziale. 

Ma soprattutto, questa Fondazione aggiornata per il lettore dell'era postcyberpunk, colpisce come vertiginosa creazione linguistica, piena di esseri alieni (tutti in vario modo mescolanze di naturale e artificiale), allusioni alla scienza e ancor più alla fantascienza, neologismi e giochi di parole – ancora più indimenticabile per chi, come chi scrive, si è trovato a lavorare all'edizione italiana. Con una visione del mondo scettica e ironica, e non a caso fra gli autori più citati c'è il Lewis Carroll di Alice nel paese delle meraviglie e delle poesie nonsense. 



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