Ho scoperto Ursula K. Le Guin molti anni fa, da adolescente, grazie a un trafiletto in una rivista di cui ho dimenticato il nome.
Il trafiletto si intitolava La saga di Ged, l’Arcimago e annunciava l’uscita italiana del terzo volume del ciclo di Terramare, La spiaggia più lontana.
Per me, che avevo attraversato in lungo e in largo le terre di Tolkien, quella notizia fu un’epifania inquietante: come avevo fatto a perdermi gli altri due?
Avrei scoperto presto che era impossibile “perdersi” Ursula K. Le Guin: la sua presenza riempiva la letteratura del Novecento come la luce di un faro. I suoi libri erano ovunque, irresistibilmente arguti, sapientemente descrittivi, mai enfatici. In lei, ogni parola è lì per uno scopo: costruire mondi fantastici senza mai perdere di vista il nostro, interrogandolo con la precisione di un chirurgo e la grazia di una poetessa.
Tradurre Non c’è tempo da perdere ha significato però confrontarsi con una metamorfosi. Se nel bellissimo Il linguaggio della notte la vedevamo ancora impegnata a difendere i confini del fantastico – come una pioniera che rivendica la dignità dei draghi contro il grigiore del realismo – qui la battaglia è ormai vinta e superata. In queste pagine Ursula K. Le Guin è passata dal “riflesso lunare” del mito alla luce cruda, quasi meridiana, della realtà di ogni giorno.
Eppure l’epica rimane intatta, anche se l’orizzonte si è spostato. La sua visione della vecchiaia, ad esempio, non ha nulla del viale del tramonto: è una nuova frontiera, un territorio vasto e accidentato che lei esplora con una vivacità irresistibile. Con lo stesso acume con cui un tempo disegnava i conflitti sociali su pianeti lontani, qui smaschera le trappole del consumismo, trattandole come distopie domestiche. Se in Tolkien la lotta era contro un’oscurità esterna e mitologica, in lei la resistenza è interiore, una rivendicazione di libertà contro un mondo che vorrebbe mercificare ogni nostro istante.
Ma è nel silenzio che la sua prosa tocca le vette più alte. Nei testi dedicati alla lince e al suo soggiorno nell’High Desert, Le Guin è capace di ascoltare il divino nel rumore di fondo della natura. La lince non è solo un animale, ma un’alterità pura, uno sguardo selvatico che definisce l’umano; e il deserto non è un vuoto, ma uno spazio simbolico, un’esperienza intellettuale totale. Si arriva all’ultima pagina con l’impressione di aver visitato geografie aliene e tempi quantistici, con la voglia di rileggere questa o quella nota, di tornare a immergersi in questa enorme ricchezza di pensiero, di scrittura, di rigore morale: perché è bellissima, dissacrante, e fa ridere come un testo comico, e come ben sanno i professionisti e le professioniste della traduzione, è molto più difficile far ridere che commuovere.
Ho cercato di tenere insieme il ritmo, il ragionamento, l’incanto di fronte a un’opera teatrale, la vis polemica, la critica letteraria. È stato difficile e spero di esserci riuscita. Mi consola solo la consapevolezza che Ursula K. Le Guin è talmente gigantesca da arrivare al cuore di chi la legge anche senza draghi sapienti e astronavi all’orizzonte, ma solo con il profilo aspro di una montagna o l’ombra fonda di un animale selvaggio nel buio.
Non c’è tempo da perdere è un libro-rifugio e un atto di resistenza, la prova che la mente, quando è davvero libera, non smette mai di fare domande.
L'autrice
Ursula K. Le Guin (1929-2018) è stata una delle più importanti autrici di fantascienza e fantasy del Ventesimo secolo; la sua imponente produzione letteraria spazia tra romanzi, racconti, saggi e poesie.
Ha raggiunto il successo nel 1969 vincendo sia il Premio Nebula che il Premio Hugo per La mano sinistra del buio, oltre che per aver ricevuto decine di premi, tra cui un National Book Award, cinque Hugo, sei Nebula e diciannove Locus.


