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Robert Silverberg e le metamorfosi della mente

Gli APPROFONDIMENTI di Salvatore Proietti 

In Appendice a Urania Collezione 279 Il tempo delle metamorfosi di Robert Silverberg  




Nel corso di una carriera durata sessant’anni, a Silverberg i riconoscimenti non sono mancati.. 


Allo Hugo 29 finali con 4 vittorie; al Nebula 22 finali con 5 vittorie; nella longlist del Locus compare oltre 150 volte con 9 vittorie (Il castello di Lord Valentine vince, ma come romanzo fantasy); sono diversi gli omaggi alla carriera. 

Oltre ai romanzi, la sua sovrumana prolificità comprende centinaia di racconti e la cura di decine di antologie a cui collaborano innumerevoli firme prestigiose. A contribuire alla sua popolarità sono l’attivismo nella Science Fiction Writers of America, soprattutto nei suoi anni formativi, e la costante partecipazione al mondo del fandom. Dal 1953 fino a oggi, Silverberg presenzia a ogni singola edizione della Worldcon, l’evento itinerante che assegna i premi Hugo e annualmente raduna migliaia di professionisti e appassionati: nella carriera e nella vita, due componenti indistinguibili della sua identità.

Fra i numerosi romanzi che hanno reso Robert Silverberg un nome imprescindibile nella storia della fantascienza, Il tempo delle metamorfosi (A Time of Changes, pubblicato sulla rivista «Galaxy» nel 1971 e uscito lo stesso anno sia in edizione rilegata sia in tascabile: il segno di un successo immediato) è l’unico ad aver vinto uno dei massimi premi della comunità letteraria fantascientifica, il Nebula assegnato dall’associazione americana degli scrittori, risultando anche finalista allo Hugo e all’australiano Ditmar, oltre che terzo al Locus.

In Italia, a partire dal 1970 la scoperta della scena sf rende Silverberg un autore centrale: figure chiave sono Riccardo Valla, Vittorio Curtoni, Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco. Con suoi romanzi, due case editrici inaugurano la loro presenza in libreria. Il ricordo personale della raccolta Oltre il limite (1975), letta qualche anno dopo da studente, resta indelebile: visioni del futuro appassionanti perché tragiche e intense.


Tragico e intenso è senz’altro questo romanzo, che ricapitola molti dei temi ricorrenti di Silverberg. Proviamo a ripercorrerli, al di là della classica carrellata cronologica.


Anticipazione di sviluppi successivi è l’ambientazione planetaria, una vicenda personale che permette di ricostruire istituzioni, culture, storia di tutto un mondo. Figlio dei planetary romance di Jack Vance (spesso omaggiato come ispirazione da Silverberg) più che di Frank Herbert, il pianeta Borthan è altrettanto protagonista dell’antieroe Kinnall Darival. 

Al contesto, il romanzo aggiunge il motivo della droga che regala la liberazione della comunicazione telepatica. Pur sempre definendosi politicamente conservatore, in quegli anni Silverberg aveva firmato un celebre appello contro la guerra del Vietnam: A Time of Changes era decisamente in sintonia con una generazione che cantava, con Bob Dylan, che the times they are a-changing. In diversi volumi, sarà il “romanzo planetario” del ciclo di Majipoor, con la sua galleria di creature e culture, a segnare l’ultimo trentennio della sua carriera letteraria a partire dal 1980.

Su «Urania» abbiamo da poco riletto una sua antologia che raccoglie una scelta dei numerosi racconti sui viaggi nel tempo (Time and Time Again, n. 1746), un tema qui in apparenza mancante. Però in fondo la tecnologia degli spostamenti e della comunicazione di Borthan ci riporta a inizio Novecento. Quel nome Kinnall sembra un’eco di quello di Kimball Kinnison, eroe pulp della space opera anni Trenta di E.E. Smith: un metaforico viaggio nel passato della fantascienza che dà spessore letterario all’individualismo di quegli ingenui personaggi.

Nel territorio natale di Velada Borthan, Kinnall è una sorta di nobile impelagato in conflitti di potere ad altissimo livello. Sono molte le tragedie dei potenti in Silverberg. In Quellen, guarda il passato! (The Time Hoppers, 1967; «Urania Classici» n. 13), tra viaggi nel tempo e sovrappopolazione, con una società informaticamente burocratizzata e ultraurbanizzata, anche nell’orrifica fisicità cyborg il mega-leader Kloofman spicca come precursore del cyberpunk di Gibson. 

In Brivido crudele (Thorns, 1967; «Urania Classici» n. 166), al centro è un mercante di dolore interplanetario e predatore sessuale che esercita il potere assoluto nell’attività di media tycoon e nei poteri mentali, mentre anche l’esplorazione spaziale diventa un teatro della crudeltà. In Torre di cristallo (Tower of Glass, 1970; «Urania Classici» n. 205), Simeon Krug scienziato e imprenditore è il creatore degli androidi, che lo adorano come un dio ma che lui considera schiavi ancora più che forza lavoro, e la tecnologia della comunicazione telepatica anticipa futuri sviluppi del genere. Troviamo un leader mondiale dai minacciosi obiettivi anche in Shadrach nella fornace (Shadrach in the Furnace, 1976; «Urania Collezione» n. 95), mentre decisamente benevolo è il re dei Rom in L’astro dei nomadi (Star of Gypsies, 1986). 




Ad assistere Kinnall nella sua ricerca è il mercante terrestre Schweiz, che lo porta anche a scrivere la sua autobiografia – ovvero il romanzo che stiamo leggendo. Il nome dal suono ebraico riecheggia quello del protagonista di uno dei racconti più famosi, “Schwartz tra le galassie” (“Schwartz Between the Galaxies”, 1974), che deve scegliere tra un prosaico presente opprimente e un fantascientifico sogno di libertà. In molti casi presenze meta-narrative e possibili alter ego dell’autore interrogano se stessi e i personaggi sugli esiti delle loro storie.

Nel 2016, un articolo sul «New York Times» lo definiva “il Philip Roth” della sf. È un’ipotesi da prendere sul serio: potrebbe esserci un po’ di autofiction nella science fiction. Schweiz/Schwartz funziona un po’ come il ricorrente personaggio di Nathan Zuckerberg in Roth, e non è difficile pensare a figure analoghe in altri romanzi. In Le maschere del tempo (The Masks of Time, anche come Vornan-19, 1968), dall’incontro tra un godereccio turista del futuro e il fisico Leo Garfield scaturisce un libro di memorie. In Vacanze nel deserto (The Book of Skulls; 1972; «Urania Classici» n. 172; anche come Il libro dei teschi), ai limiti della fantasy, lo studente newyorkese Eli Steinfeld scopre un arcano manoscritto e conduce un gruppo di ragazzi del West alla ricerca dell’immortalità. Ancora più identificati con la città di New York, i protagonisti di Morire dentro (Dying Inside, 1972; «Urania Classici» n. 142), a suo dire il più vicino al romanzo realista, e L’uomo stocastico (The Stochastic Man, 1975; «Urania Collezione» n. 85) sono costretti dalle circostanze a immaginare un futuro impossibile. In Shadrach nella fornace (Shadrach in the Furnace, 1976; «Urania Collezione» n. 95) a tirare i fili dell’intreccio e salvare il mondo è Shadrach Mordecai il medico-assistente del dittatore globale.

Fra le tante distopie di Silverberg, quella di Velada Borthan è particolarissima perché la radice dell’oppressione non risiede tanto nelle istituzioni sociopolitiche quanto in un’ideologia che è penetrata negli strati più profondi della mente. Nel nome del “Comandamento” (il termine inglese “Covenant” allude all’“Alleanza” dell’Antico Testamento, e al patto costitutivo delle prime colonie puritane in America) e della priorità della comunità sull’individuo, è stato abolito ogni riferimento alla prima e seconda persona singolare: non esiste un “io” o un “tu” che possano prevalere sulla società. Il risultato è un’anaffettività diffusa, una negazione generalizzata delle emozioni, represse e stigmatizzate. Per questo la prospettiva della droga portata dal continente meridionale del pianeta, in grado di stabilire una connessione telepatica, diventa una minaccia – o un sogno di liberazione.

Se Il tempo delle metamorfosi è unico nella dimensione collettiva, gli stati mentali o neurologici diversi e atipici sono tutt’altro che rari in Silverberg. In un racconto dei primi anni, L’uomo che non sapeva dimenticare (“The Man Who Never Forgot”, 1958), la condizione del titolo si lega all’impossibilità di imbastire interazioni con gli altri. In Brivido crudele, determinante per lo scioglimento è un uomo che in reazione a violenze subite nell’infanzia si è rifugiato in un mondo mentale fatto di calcoli ultracomplessi e memoria totale (meritandosi una menzione di Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello). A sua volta, una sbalorditiva abilità nei calcoli statistici conferiscono la capacità di prevedere il futuro in L’uomo stocastico, senza però risolvere le sue difficoltà relazionali. Troveremo altri due esempi del tema in prossime uscite di «Urania Collezione», per cui ci limiteremo a dire che Morire dentro è la storia di un telepate e uomo ridicolo che si accorge di stare perdendo il suo potere; e che la trama di L’uomo nel labirinto (The Man in the Maze, 1968; come La città-labirinto in «Urania» n. 498) ruota intorno a un esploratore che rientra da una missione alterato emanando un campo di repulsione mentale che rendono impossibile ogni rapporto interpersonale. 




Robert Silverberg nasce nella Brooklyn ebraico-americana il 10 gennaio 1935, figlio unico di Helen Baim e del contabile Michael Silverberg. Le letture lo conducono al fandom da adolescente, e si laurea in letterature comparate alla Columbia University sviluppando una passione per la storia e l’antropologia spesso palese nella narrativa e nella prolifica produzione di saggistica divulgativa. Sempre riservato in questioni di vita privata, la sua biografia pubblica coincide con l’attività creativa. Nel 1956 sposa Barbara H. Brown che lo accompagna nell’entusiasta partecipazione al fandom; nel 1987 si risposa con Karen Haber, editor e scrittrice anche in proprio. Dall’inizio anni Settanta vive in California, nella zona di San Francisco.

Il primo racconto è del 1952, il primo romanzo (Revolt on Alpha C) del 1955, decorosissima avventura spaziale di taglio juvenile. Sono anni in cui il proliferare delle riviste poteva consentire un professionismo a tempo pieno, ma il ritmo doveva essere da catena di montaggio. Silverberg accetta la sfida e diventa un nome onnipresente, anche grazie a collaborazioni soprattutto con Randall Garrett. Molti romanzi sono spesso ampliamenti di racconti. Si tratta quasi sempre di avventure all’insegna di trame complicate, sul modello di A.E. Van Vogt. Riguardando quelli usciti in «Urania», la space opera si fonde con i paradossi temporali in Il tempo della Terra (su rivista come The Stepsons of Terra, in volume come Shadow on the Stars, 1958; «Urania Classici» n. 184), e con un intreccio action in Invasori silenziosi (The Silent Invaders, 1963; «Urania» n. 669). L’architettura interstellare più complessa è Il sogno del Tecnarca (Collision Course, 1961; «Urania» n. 265). Al pubblico young adult sembra diretto Le due facce del tempo (Starman’s Quest, 1962; «Urania Classici» n. 39). La prima compiuta visita alla distopia, in cui insieme al razzismo domina il tema della sovrappopolazione così caro a Silverberg, è Padrone della vita, padrone della morte (Master of Life and Death, 1957; «Urania Classici» n. 178).

Intorno al 1960 c’è una crisi nel mercato delle riviste, e per qualche anno Silverberg abbandona la sf, limitandosi a revisioni di lavori precedenti e concentrandosi su campi più remunerativi, dalla narrativa erotica al giallo a saggi talvolta apprezzati. A riportarlo alla fantascienza è Frederik Pohl, amico e direttore di «Galaxy» che gli offre carta bianca per progetti letterariamente ambiziosi, influenzati dagli sviluppi del nuovo romanzo americano. Il registro è pessimistico, storie di spossessamento di corpi e menti, distopie spietate, una condizione umana di sofferenza e alienazione che non cancella la ricerca della dignità. È un Silverberg tornato alla sua proverbiale prolificità, ma con una magistrale attenzione per la lingua e la struttura, e il livello letterario è sempre altissimo. 




A inaugurare questo periodo è Violare il cielo (To Open the Sky, 1967; «Urania Classici» n. 192), tra esplorazione spaziale e conflitti religiosi. Vicino alla tradizione di Vance è l’elegiaco Ali della notte (Nightwings, 1969): un’apparente società arretrata è in realtà un futuro ultratecnologico ma morente, con mutanti. Fra i viaggi nel tempo spiccano Stazione Hawksbill (Hawksbill Station, 1968), con un economista che si unisce alla comunità di dissidenti esiliati nel remoto passato, in un rapporto all’insegna di rivolgimenti e colpi di scena; Il paradosso del passato (Up the Line, 1969; «Urania Classici» n. 211), in cui le avventure sono anche sessuali e i paradossi temporali forniscono una particolarissima versione della dinamica edipica; e Il figlio dell’uomo (Son of Man, 1971; «Urania Classici» n. 223) è uno stapledoniano viaggio nel lontano futuro con interrogativi esistenziali. Fra i tanti altri, Mutazione (Downward to the Earth, 1970) è apertamente una riscrittura sf dello scenario coloniale del Cuore di tenebra di Conrad; e Monade 116 (The World Inside, 1971) è una delle migliori distopie del decennio.

Nella seconda metà degli anni Settanta c’è una nuova pausa, forse dovuta a un senso di incomprensione, forse a ragionevolissima stanchezza. A riportare Silverberg in attività è anche un’altissima offerta economica, e con Lord Valentine’s Castle inizia il ciclo di Majipoor, a cui dedicherà i racconti (finora) conclusivi della sua carriera intorno al 2010. In direzioni fantasy vira Gilgamesh (Gilgamesh the King, 1984), accompagnato poi da apprezzati racconti. Nelle narrazioni, i ritmi sono più rilassati, romanzi più lunghi e forse qualche barlume di speranza in più: una casa per i suoi eterni erranti. In L’astro dei nomadi (Star of Gypsies, 1986), Yakoub re degli zingari potrebbe guidare il popolo Rom su un pianeta dove ricostruire la comunità. In uno degli ultimi, Pianeta senza scampo (The Longest Way Home, 2002; «Urania» n. 1637) è la ribellione di un popolo oppresso, con qualche prospettiva di un futuro libero e pacificato. Per Silverberg la scrittura è un piacere che emerge in opere come L’arca delle stelle (Starborne, 1996; «Urania» n. 1306), quasi un ritorno alla space opera tradizionale, ma con gran classe, e in modo diverso in Gli anni alieni (The Alien Years, 1998; «Urania» nn. 1360-1362).


Il romanzo conclusivo è un’ucronia, Roma eterna (Roma Eterna, 2003), che fra l’altro ci ricorda come Roma e l’Italia siano una presenza ricorrente in tanti suoi lavori.

Per il Silverberg grande autore di racconti, rimandiamo almeno a qualche antologia italiana: Buone notizie dal Vaticano assemblata per gli Oscar nel 1979; Occhi dal futuro (The Conglomeroid Cocktail Party, 1984; «Urania» n. 1086) e Tre viaggi nello spazio-tempo (Three Trips in Space-Time, 1992; «Urania» n. 1204).


In conclusione, forse Il tempo delle metamorfosi è uno dei meno pessimistici tra i suoi romanzi. La parte finale lascia spazio a più interpretazioni (non sappiamo quanto delle percezioni di Kinnall nasca da esperienze reali o da effetti della droga), ma anche in caso di cattura e sconfitta, la sua ribellione resterà manifesta e pubblica attraverso le sue memorie autobiografiche: il romanzo che abbiamo appena finito di leggere. Intanto, immergiamoci nel piacere della certosina descrizione del mondo di Borthan. Con tutte le sue imperfezioni (nei rapporti con l’altro sesso l’empatia è spesso latitante, ed è inevitabile viste le premesse), Kinnall Derival dà inizio a una rivoluzione nel nome dei rapporti umani. A proseguirla dovrà essere chi legge il suo romanzo. 




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Abbiamo parlato di: 

Robert Silverberg (New York 1935) ha esordito negli anni Cinquanta, pubblicando poi classici della fantascienza moderna come Brivido crudele, Vertice di immortali, Ali della notte, Il tempo delle metamorfosi e Il castello di Lord Valentine. Vincitore di numerosi premi Hugo e Nebula, ha scritto anche romanzi storici, fantasy e libri di divulgazione


Salvatore Proietti, romano, laureato in lingue e letterature straniere, con studi di specializzazione sia in Italia sia negli Stati Uniti. 

Traduttore, saggista e critico letterario, esperto di letteratura fantascientifica, Proietti insegna letterature angloamericane all’Università della Calabria. Ha scritto Storie di fondazione: letteratura e nazione negli Stati Uniti post-rivoluzionari (Bulzoni, 2002) e Hippies! Le culture della controcultura (Cooper, 2008). Tra le sue principali traduzioni, L’agire del mondo (Donzelli, 2008) e Dizionario portatile di ecologia (Donzelli, 2017) di Henry David Thoreau, Le avventure di un artista defunto di Mark Twain (Cooper, 2006). Per Feltrinelli ha curato Walden. Vita nel bosco di Henry David Thoreau (2012).

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