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La Mente di Shar - Pensa a Fleba, l'introduzione di Piergiorgio Nicolazzini

Pubblichiamo un estratto della prima edizione del romanzo opzionato per la serie Amazon



Il romanzo uscì nel 1989, due anni dopo l'edizione originale, nella collana Cosmo della gloriosa Editrice Nord


Ecco la presentazione del celebre curatore
Un'occasione per scoprire una riflessione su Banks e molti altri autori e tendenze letterarie nate negli anni '80, New Space Opera compresa...


Nelle note introduttive al romanzo di John Brosnan, I Signori dell'Aria, avevo brevemente accennato alla "rinascita" della fantascienza britannica a partire più o meno dalla metà degli anni '80. Lo stesso Brosnan (australiano di nascita, ma inglese d'adozione) ne è un rappresentante autorevole grazie alla sua trilogia degli "Sky Lords" (a proposito, il secondo episodio dal titolo I Guerrieri dell'Aria uscirà in primavera nella "Cosmo Argento"). Sostanzialmente tradizionale nella struttura, il ciclo tradisce però un'esuberante volontà di praticare l'avventura intelligente e piena d'inventiva, come non si vedeva da tempo nella SF inglese. Chissà, forse una delle ragioni è la riscoperta (condivisa da parecchi altri autori in questo periodo) di profonde radici nella tradizione dello scientific romance, non solamente quello wellsiano, verso il quale l'intero immaginario fantascientifico del '900 è comunque debitore, né quello di uno Stapledon che, attraverso l'esempio di Clarice, ha poi nutrito gran parte delle speculazioni della nuova hard SF (soprattutto in ambito americano), ma il riferimento è a quella più complessa e sfaccettata tradizione fantastica che riemerge nell'esauriente ed affascinante studio compiuto di recente da Brian Stableford, e che va rintracciata per esempio in autori come George Griffith, M.P. Shiel, Arthur Conan Doyle, William Hope Hodgson, J.D. Beresford, S. Fowler Wright e John Gloag.

Questa rinnovata tensione verso lo scientific romance va letta anche come un tentativo di "liberazione" da pastoie intimistiche e ripiegamenti introspettivi che avevano un po' frenato la crescita della SF britannica (un aspetto, questo, preso in considerazione anche da un attento – e qualche volta polemico – osservatore come Charles Platt in un recente numero della rivista Interzone, anche se non sono d'accordo sul ritratto radicalmente pessimistico che poi alla fine egli ne ricava). Insomma, ad un certo punto sembrava che gli autori d'oltremanica fossero diventati incapaci di liberare quelle doti di energia e di originalità di cui peraltro non avevano mai difettato, nonostante le tendenze a ritrarre scenari "negativi" d'invasione e di catastrofe. Personalità di grande rilievo come Arthur C. Clarice, Brian W. Aldiss, John Brunner, Bob Shaw, Harry Harrison (americano di nascita, ma da molto tempo residente in Irlanda) sembravano entrate verso la fine degli anni '70 in una fase piuttosto statica. D'altro canto, anche le poche voci originali emerse nel frattempo parevano in difficoltà e stentavano a trovare una piena affermazione; un discorso che vale, ad esempio, per Christopher Priest, autore dall'indubbio talento ma che, dopo alcune prove sensazionali (il suo Mondo alla rovescia è ormai un classico, e presto apparirà nella "Cosmo Oro"), sembra aver stemperato l'originale vigore in una dimensione immaginaria più rarefatta e dagli esiti discutibili, mentre le medesime perplessità possono essere avanzate a proposito di Robert Holdstock, Richard Cowper e Keith Roberts. Diverso il caso di Ian Watson (che anche qui in Italia può vantare uno stuolo di agguerriti estimatori), personalità atipica che in questi ultimi anni sta scrivendo racconti straordinari, mentre i suoi romanzi invece lasciano sempre un po' a desiderare. Vi è inoltre da considerare il fatto che negli anni '70 si era progressivamente spento l'ardore delle riviste ed era venuta a mancare una politica editoriale coraggiosa, nonostante il gran lavoro svolto da personalità come Malcolm Edwards, “principe” degli editors britannici di SF.

Ora, finalmente, giunti alla fine degli anni '80, si respira aria nuova su tutti i fronti, in un clima di grande euforia pieno di stimoli e sollecitazioni, sia creative che commerciali. Gli autori della vecchia generazione e di quella di mezzo hanno ripreso a scrivere in maniera costante e, in molti casi, hanno consegnato a partire dalla metà degli anni '80 il loro magnum opus; è il caso di Aldiss con la trilogia di Helliconia (1982-1985), di Shaw con Sfida al cielo e i suoi due seguiti (1986-1989) e, perché no, di Harrison con la sua ambiziosa saga degli Yilanè (1984-1988). Dal canto suo, Clarke Sta imitando Asimov nel dare un seguito a tutte le sue opere più famose o, talvolta, a esplorare qualche nuovo territorio (con esiti non sempre impeccabili, a dire il vero), mentre un autore come JG Ballard, ormai osannato romanziere tout court, non ha affatto rinnegato con L'Impero del Sole (1984) e Il giorno della creazione (1987) la sua miglior fantascienza, anzi ha saputo stabilire un affascinante e prezioso legame di continuità fra tutte le sue opere che appaiono come successive tappe di un viaggio all'interno del medesimo universo narrativo. Lo stesso Michael Moorcock ha raccolto parecchi consensi nell'establishment letterario con il suo Mother London (1988), ma non smentisce la vocazione per il romance fantastico consegnando proprio di recente alle stampe The Fortress of the Pearl (1989), nuova avventura del principe albino Elric di Melniboné. Tuttavia, accanto a costoro, vi sono molte voci nuove: Paul J. McAuley, il quale con La torre aliena (1988) si è rivelato convinto esponente di una SF che unisce al rigore speculativo temi antropologici di ampia portata, non estraneo quindi all'influenza del miglior Benford; John Brosnan, vulcanico esponente di un più spiccato filone avventuroso, rinsaldato dalla benefica influenza dell'immaginario cinematografico; Mary Gentle, che tanto deve all'esperienza letteraria della Le Guin; Brian Stableford, che ha praticato con successo i temi della speculazione fantastica (dopo averne esplorato in lungo e largo le radici storiche) in un avvincente romanzo, The Empire of Fear (1988), che attraversa con grande eleganza tutti i generi del fantastico e ne recupera, in una prodigiosa sintesi, tutte le sopite potenzialità; non dimentichiamo inoltre il campo della fantasy pura, con due nomi quali David Gemmell e Jonathan Wylie (pseudonimo, quest'ultimo, sotto il quale si celano Mark e Julia Smith, il primo di essi editor della Corgi), le cui opere recenti si possono leggere nella "Fantacollana", senza parlare di due autori ormai di largo successo come Douglas Adams (che ha firmato il ciclo degli "autostoppisti galattici" ed ora una nuova serie dedicata al detective "olistico" Dirk Gently) e Terry Pratchett, che ha inaugurato invece una fortunata vena di fantasy dai toni bizzarri e umoristici. Infine, per trovare qualche valido esordiente basta sfogliare un numero recente di Interzone oppure le pagine dei sempre più numerosi volumi antologici dedicati agli autori inglesi. Già, perché questo è un altro punto saliente del rilancio della SF britannica: le riviste e le antologie, iniziative cioè in grado di creare un vero e proprio tessuto connettivo, perché offrono uno spazio concreto alle nuove leve e garantiscono una possibilità di dibattito e di confronto, diventando un punto di riferimento costante per autori e pubblico.

Dopo aver attraversato una crisi di crescita (e forse, a un certo punto, anche di identità) Interzone si è ormai imposta come la rivista inglese di fantascienza; ospita regolarmente i nuovi autori più importanti, offre uno spazio decisivo agli esordienti, privilegia certo qualità innovative e stimolanti ma senza velleità “radicali”, ed è sensibile piuttosto a tutte le esperienze più interessanti, non esclusa la frequente apertura agli autori americani più affermati della nuova generazione, nel tentativo insomma di diventare una rivista professionale a tutti gli effetti. Sapientemente guidata da David Pringle e da un gruppo di validi e affiatati collaboratori, Interzone ha recentemente irrobustito anche le sezioni di contorno, con rubriche, interventi, recensioni e interviste che certo contribuiscono a definire un'immagine di crescente autorevolezza. Interzone ha già generato almeno tre volumi antologici che raccolgono il materiale più significativo apparso nelle sue pagine, raggiungendo così il mercato librario più vasto. Questa strada è stata seguita anche da iniziative quali Other Edens, antologia di racconti originali di scrittori inglesi (il secondo volume è di recentissima pubblicazione) curata da Brian Aldiss e Christopher Evans. Ad essa si è affiancata in questi mesi un'analoga iniziativa, Zenith, a cura di David S. Garnett, mentre se ne segnala addirittura una terza, Arrows of Eros, compilata da Alex Stewart. Tra l'altro, lo stesso Garnett è il responsabile di una nuova serie di raccolte del "meglio" SF dell'anno che, pur affiancandosi a compilazioni americane più prestigiose, va citata perché è la prima curata e pubblicata in Inghilterra: si tratta di The Orbit Science Fiction Yearbook, una rassegna che propone con molta obiettività le vette della produzione annuale, ma non esitando ad aggiungere un sapore tutto britannico, e non solo attraverso la scelta di autori come Ballard o Ian McDonald, ma anche con gli articoli riepilogativi di Brian Aldiss e dell'ineffabile John Clute.

In conclusione, il discorso non può fare a meno di scivolare sul più vasto mercato editoriale che inevitabilmente influenza tutto questo nuovo vigore creativo e, a propria volta, ne rimane influenzato. Risparmiando inutili dettagli, basti dire che proprio verso la metà degli anni '80 (quando il mercato di SF sembrava aver toccato il suo minimo storico), si è assistito ad un vero e proprio boom di iniziative, investimenti, campagne promozionali, strategie editoriali più aggressive, volte a lanciare nomi nuovi o ad accaparrarsi gli autori più prestigiosi, il tutto favorito dalle nuove risorse e disponibilità (non solo a livello economico ma anche ideativo) derivate dalla concentrazione del mercato editoriale, nonché dalla ritrovata competitività dell'editoria britannica rispetto a quella d'oltreoceano. Tutti i gruppi da tempo operanti nel campo della fantascienza e della fantasy, da Gollancz a Grafton, da Unwin a Pan, da Macdonald a Sphere, hanno rinnovato nella forma e nella sostanza il loro catalogo di settore, mentre si sono imposte nuove linee editoriali come “Legend” di Century Hutchinson o sono emersi nuovi gruppi come Headline. Non ultimo viene il merito di un abile gruppo di editors, tutti piuttosto giovani (il ricambio generazionale ha fatto sentire anche qui i suoi effetti), che ha contribuito a orientare in modo decisivo scelte e strategie, non solo per quanto riguarda autori e titoli ma anche nel più vasto settore del management. Oltre al già citato Edwards, vorrei ricordare i nomi di Nick Austin, Deborah Beale, Kathy Gale, John Jarrold e Jane Johnson.

In questo quadro di rinnovato interesse e grande vitalità, spicca la figura di Iain M. Banks. Nato nel 1954 a Edimburgo (la città, per inciso, di Walter Scott, Robert Louis Stevenson e Arthur Conan Doyle), Banks è salito alla ribalta con tre romanzi, che tuttavia a rigore non si possono definire fantascienza, ed anzi con i quali egli si diverte ad attraversare con gusto sottile e raffinato territori fra loro diversissimi eludendo qualsiasi designazione e sfiorando di volta in volta la commedia surreale, l'horror, il grottesco, la parabola visionaria, l'incubo, l'antiutopia, ma sempre con esiti originalissimi (paragonabili semmai a quelli di un altro atipico romanziere scozzese contemporaneo, Alasdair Gray). Dopo la fusione di elementi bizzarri e orrifici di The Wasp Factory (1984), il suo secondo romanzo, Walking on Glass (1985), propone un intreccio ancor più problematico, ancorato attorno alle figure di due attempati protagonisti, costretti a sfidarsi continuamente in un'infinita varietà di giochi mentre sono tenuti prigionieri in un enorme e fatiscente castello, luogo di eventi improbabili e paradossali. A queste due opere è poi seguito nel 1986 The Bridge, romanzo a incastro centrato attorno alla vittima di un incidente stradale che giace in coma e proietta sogni e fantasie inconsce, dove il Forth Bridge (un ponte realmente esistente nei pressi di Edimburgo) diventa un luogo surreale e inquietante, una realtà d'incubo restituita con un insolito talento visionario.

Il virtuosismo immaginativo di Banks si è poi recentemente incanalato all'interno del dettato fantascientifico, senza perdere assolutamente nulla dell'originario vigore, ed anzi innervando con soluzioni imprevedibili il filone dell'avventura spaziale. Si ha cioè l'impressione che l'autore abbia finalmente trovato nella SF una sorta di terreno ideale. È bene chiarire subito che La Mente di Schar (Consider Phlebas, 1987) non è uno stravagante esercizio formale ma un ottimo romanzo di fantascienza sotto ogni punto di vista, dove si avverte semmai una forte presenza autoriale; insomma, un romanzo di SF ricco di stile e personalità. Il discorso narrativo, infatti, rincorre a passo spedito le tappe di un'avventura spaziale mozzafiato, ma suggerendo qua e là un ripiegamento che può essere di volta in volta riflessivo, ironico, grottesco, talvolta addirittura metanarrativo, rimanendo però sempre all'interno di una solida costruzione romanzesca. Grande è l'energia dispiegata da Banks, il quale non risparmia trovate, ardite estrapolazioni e colpi di scena; non smonta i meccanismi della space opera, ma ne promuove anzi una grande sintesi, reinventandone i vari luoghi e cercando di amplificarne gli effetti (attingendo spesso a un immaginario non solo letterario ma anche cinematografico), cosicché anche quando avanza soluzioni inedite o improvvisi rovesciamenti delle attese, il lettore, dopo un attimo di disorientamento, accetta la sfida e le nuove regole che gli vengono suggerite.

La travolgente personalità di Banks si riflette in innumerevoli aspetti, a cominciare dallo straordinario protagonista, umanoide metamorfo, singolarissima figura di "eroe dai mille volti" in cui è impossibile non leggere il destino del Phlebas eliotiano (a cui fa esplicito riferimento il titolo originale), il marinaio fenicio annegato de La terra desolata, ma ci regala qualcosa di memorabile con il suo universo della Cultura, che possiede la dote di tutti i più grandi universi narrativi, quella cioè di lasciar intuire e immaginare al lettore molto più di quanto mostri esplicitamente, in un perfetto gioco di esibizione/occultamento che fa appello a un invisibile e magistrale impiego dei meccanismi di plausibilità. L'universo della Cultura, lo si capisce subito, è un po' sacrificato nei confini di un singolo romanzo, ma questo non implica, come di solito accade, che voglia farsi strumento di molteplici “seguiti”; no, qui la creazione è più sottile e pulsa di vita autentica, rilanciando il desiderio di saperne di più, di conoscerne altre sfaccettature, altre relazioni invisibili, altri luoghi suggeriti e inesplorati. Certo la Cultura è una costruzione immensa, a partire dagli smisurati prodigi tecnologici (cosi abilmente sfumati da suggerire possibilità inimmaginabili), per arrivare ai mondi artificiali, alla molteplicità di razze, alle entità biologiche e meccaniche che la popolano; tuttavia la ricchezza di questo universo è soprattutto intellettuale, fra ambiguità, conflitti, relazioni, sistemi di pensiero, di volta in volta leggibile come paradiso utopico o incubo totalitario, macchina perfetta oppure organismo sfuggente in perenne crescita.

In conclusione, quello creato da Banks è un universo che batte al ritmo vorticoso, enigmatico e riflessivo dell'immaginazione del suo autore, dove, fra guizzi beffardi e ironici, eventi di portata gigantesca possono diventare trascurabili contrattempi e dettagli irrilevanti si dimostrano invece decisivi; insomma, un luogo ove tutto è predeterminato eppure tutto può accadere. A questo punto, non rimane che sperare che Banks offra presto ai suoi lettori nuove opportunità di continuare il gioco.

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